Memorial Fernanda Imperia – Il ricordo di un’amica
Tanti anni di frequentazioni, molti trascorsi sui campi da basket del Lazio e non solo. Lì a condividere momenti di gioia e di delusioni. Tanto sudore, tanta dedizione e molte rinunce; tanto amore da dedicare allo sport che più adorava e a cui ha donato gran parte della sua vita. Cocciuta e burbera come l’ha dipinta qualcuno, leale e sincera come l’hanno voluta ricordare la maggior parte di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerla e la fortuna di condividerne la passione sconfinata per la palla a spicchi. Fernanda Imperia è stata l’istruttrice di tanti ragazzini spensierati avvicinatisi inizialmente alla pallacanestro per fare dell’attività fisica e che, alla lunga, hanno finito con l’innamorarsi di questo sport. Fernanda ribadiva spesso, in ogni occasione, che le piaceva allenare e stare con i ragazzi cercando di trasmettere loro l’amore e la passione per la pallacanestro, lo sport degli sport. L’obiettivo all’inizio di ogni stagione era sempre lo stesso: crescere, crescere e crescere, prima come uomini e, poi, come sportivi. E il messaggio che doveva passare era che dando tutto quello che si aveva, sicuramente alla fine ci si sarebbe divertiti con il basket, al di là dei risultati sportivi.
E il profilo che emerge dalle parole di quanti l’hanno voluta ricordare in occasione di questo 1° Memorial, è quello di una grande donna di sport che ha dato tanto alla pallacanestro giovanile e che, forse, ha raccolto meno di quanto avrebbe meritato. Ma chi l’ha conosciuta, chi ne ha condiviso gran parte dell’avventura cestistica da istruttrice e allenatrice, ne ha voluto ricordare le immagini più salienti della sua lunga avventura sul parquet.
“La ricordo soprattutto come giocatrice – dice Roberto Abbate, ex presidente del comitato regionale Fip Lazio – Una passione e una dedizione smisurate per questo sport. Al St’Charles si è dedicata ai giovani facendoli crescere soprattutto dal lato umano più che sportivo. L’ultima immagine? Qui, in quello che è sempre stato il suo ambiente: la palestra. Eravamo in serie C e, nonostante la malattia la costringesse ad accompagnarsi con il carrellino della bombola d’ossigeno, era qui con noi a sostenerci.”
Prima di approdare nel 1978 al St’Charles, terminata l’attività agonistica che l’aveva vista come giocatrice nella “La Foudre” dalla serie C alla A1, aveva seguito la trafila per diventare istruttrice di minibasket e, poi, di allenatrice.
“E’ stata in quell’occasione che ho incontrato per la prima volta Fernanda – ci dice con velata emozione Antonio Barban, coach del St’Charles che ha conquistato qualche anno fa la prima promozione in serie C – Ricordo che spesso e volentieri, terminati gli allenamenti, fosse inverno o primavera, restavamo a lungo in palestra a parlare di basket. Pur avendo caratteri differenti, si era instaurato un certo feeling tra noi. Spesso, la punzecchiavo dicendole se avesse con se la cartina tornasole per misurarne l’acidità. Lei sorrideva e rispondeva per le rime, prima di chiudere il tutto con una risata. Mi ha provocato tanto dolore vederla qui in palestra due anni or sono, tirarsi dietro la bombola d’ossigeno. Lei, però, era fatta così non poteva stare lontano da quelli che erano stati i suoi ragazzi”.
Ancor più toccante il ricordo di Ernesto Michieli, tra i veterani dei tecnici laziali.
“Ogni qualvolta entravo in palestra lo sguardo andava a colpo sicuro verso la direzione da cui provenivano le “urla” di Fernanda. Era quasi un rituale. Poi, d’un tratto, il silenzio e la malattia ce l’ha portata via. La prima volta che l’ho incontrata è stata nella palestra della Stella Azzurra in piazza di Spagna. Si agitava, urlava, non stava un attimo ferma. Sembrava quasi fuori dal contesto basket. Poi, però, l’ho conosciuta meglio e mi sono reso conto di quello che veramente era.”
Le “urla” sembrano essere il filo conduttore dei ricordi.
“Tanto ci ha fatto penare da ragazzini con le sue urla, quanto gli abbiamo voluto bene negli anni – dice sorridendo Andrea Nardini uno dei ragazzi cresciuti con Fernanda nelle giovanili inizi anni 2000 – Ci ha fatto crescere e non solo come uomini di sport. Per due anni mai una parola di conforto, solo fatica e lavoro. Un sergente di ferro dal carattere burbero, ma con un cuore d’oro. Guai toccare i suoi ragazzi”.
Anche tra quanti l’hanno seguita dagli spalti, sono i riconoscimenti di stima per Fernanda.
“Persona gentilissima in ogni occasione. Sempre presente e disponibile con tutti. Mai una parola fuori posto – riconosce Franco Tardella, nonno supporter che non si perde una partita delle selezioni del St’Charles dalle giovanili alla prima squadra, neppure in trasferta – Aveva una pazienza enorme. Quando la malattia già ne aveva minato il fisico, era lì con i bambini a dedicare quanto poteva ancora dare loro. Viveva di questo sport”.
Ma l’immagine più bella e toccante di quanti di noi hanno avuto il privilegio di condividere un tratto della vita terrena con Fernanda, ce la regala Maria Teresa De Lullo, dirigente storica del St’Charles.
“Una vita di ricordi indelebili. Quarant’anni di vera amicizia. Lei è stata per me una sorella. La persona più buona della vita, al di là dell’esperienza nel basket. Abbiamo condiviso parecchie avventure dal 1974 al 2014, in campo e fuori. La nostra è stata un’amicizia giornaliera fatta di tanti bei momenti. La malattia che ce l’ha portata via ha generato un vuoto incolmabile. Resta sempre nei nostri cuori il ricordo di una grande donna che è stata la mamma cestistica per tanti giovani che grazie alla sua dedizione, al suo amore si sono avvicinati a questo sport e ne hanno pian piano apprezzato la bellezza. Ciao cara Nanda !”
Salvatore VITALE
